Il resto è stato da me richiesto o commissionato. Ci sono voluti quattro anni. Non mi piace dare scadenze. A parte le immagini e qualche notizia storica ho inoltre dato, come si suol dire, carta bianca.
Francesca
Come hai scovato gli artisti?
Davide
Da collaborazioni precedenti o in corso come musicista, oppure man mano che acquisivo dischi di artisti per i miei articoli e le mie interviste ( www.kultunderground.org) Ho coinvolto, anzi, si sono coinvolti gli artisti che sentivo più consoni per questo progetto.
Francesca
Il neuma "ossia segno, cenno, è un antico segno della notazione musicale. Fu utilizzato nel corso di tutto il Medio Evo, in particolare nel canto gregoriano." In Neumi però il viaggio si allarga più indietro nel tempo e in aree geografiche diverse. Come hai iniziato e quali difficoltà hai avuto nella tua ricerca?
Davide
Va detto infatti che in Neumi non ci sono solo partiture musicali antiche, neumatiche in senso stretto, come nell’Inno di Giovanni di Girolamo De Simone, nel Salmo 60 (notazione mensurale francese) di Claudio Milano, Carola Caruso e Stefano Delle Monache; o nel Kyrie eleison di una partitura neumatica scandinava a neumi cosiddetti a testa di martello dei Deadburger; o ancora nel Dies Irae di Joe Raggi (Roulette Cinese) con Luca Urbani e nel Pastor Animarum di Hildegard Von Bingen meravigliosamente rifatto da Leonora (Eleonora Cardellini)... Preziosissima anche la rilettura al violoncello fatta da Zeno Gabaglio della notazione neumatica di “Mi-al har horev” da parte di Oppido Lucano: è la più antica melodia ebraica finora nota che sia mai stata trascritta.
A queste interpretazioni si aggiungono invece quelle in cui si è anche giocato un po’. Alessandro De Caro, per esempio, ha basato la sua cantata “Kirielle” creando una notazione vettoriale mutuata dalla fisica e dalla matematica, cioè dalla teoria degli insiemi o modello di Ising. A IOIOI (Cristiana Fraticelli) ho proposto di reinterpretare il WOW! Signal, un presunto segnale radio extraterrestre rilevato dal dottor Jerry R. Ehman del SETI nel 1977. Ashtool ha liberamente e intuitivamente interpretato gli ideogrammi di un canto di genere saibara/gagaku, una musica/danza della corte giapponese. Anche Maoro Sanna ha riletto la notazione tibetana Yang-Yig di un manoscritto del diciannovesimo secolo con un glissato che ricorda la notazione usata dal biologo marino Roger Paine per trascrivere e studiare i canti delle megattere. Jacopo Andreini con il suo ensemble (Andrea Caprara e Francesco Di Mauro) ha riletto le poche note rimaste di un frammento di papiro egizio del 300 a.C., scritte con lettere dell’alfabeto greco, improvvisando il resto tra free jazz e jazzcore. Giocare con la musica (che non a caso è anche il titolo di un libro scritto da un gigante come Leonard Bernstein) è importante sempre, a qualunque età.
Anche grazie a internet non ho avuto particolari difficoltà nel reperire notizie, documenti e contatti. Bisognerebbe dare il Nobel a Bob Khan e a Vint Cerf.
Francesca
Scovare sistemi grafici di notazione musicale alternativi a quella che noi conosciamo (5 righe e 4 spazi) è un modo per reagire alla contemporaneità della musica liquida?
Davide
Il sottotitolo di Neumi è Cantus volat signa manent; ed è sicuramente una provocazione anche in questo senso. È importante recuperare il segno in anni di perdita delle competenze di lettura e scrittura musicale, contro le agevolazioni e la labilità dell’elettronica, della registrazione sempre più affidata soltanto alle capacità e alla memoria informatica e alla elettricità (non è detto che ne avremo per sempre). Dischi, nastri, cd… per quanto le discoteche di stato si possano sforzare di conservare in condizioni ottimali, non è detto che dureranno più di una incisione su pietra o su argilla, o perfino della memoria “orale” da maestro ad allievo (come nella musica per launeddas). Non è infatti detto che la nostra cultura possa continuare in eterno. I nostri supporti potrebbero diventare ancora più illeggibili di un carattere cuneiforme se, per qualche motivo, venisse meno la nostra attuale civiltà… Prova a immaginare uno Champollion davanti a un geroglifico della stele di Rosetta e poi un futuro studioso equivalente davanti ai pits e lands di un frammento di disco di policarbonato… Sempre che il policarbonato si conservi tanto a lungo quanto una pietra…
Ti confesso però che sono nondimeno molto grato alla “musica liquida”. Fare un disco era già difficile una volta; oggi – a meno che non venga autoprodotto – anche peggio. Divulgare, anche gratuitamente, la propria musica per un musicista può essere un aspetto molto importante.
Francesca
C'è qualcosa in comune tra un frammento di papiro egizio del 300 a.C e la composizione del futurista Luigi Russòlo?
Davide
Il bisogno di immortalità, di ampiezza, di condivisione e socialità contro la transitorietà, la finitezza e la solitudine della condizione umana.
Francesca
Qual è stata, se c'è stata, una interpretazione che più di altre ti ha emozionato?
Davide
Mi hanno tutte ugualmente emozionato. Ogni restituzione mi emoziona. Mi ha emozionato soprattutto la condivisione fin da subito seria ed entusiasta da parte di tutti per un progetto che è stato da subito percepito originale, affascinante. Ho poi un debole per ciascuna composizione… Sono tutte così diverse! Il maestro Girolamo De Simone mi ha però anche commosso. Nel giorno del mio compleanno mi ha donato un anteprima in videoclip su YouTube dell’Inno di Giovanni (da Guido d’Arezzo) improvvisato alla spinetta. La sua interpretazione, direi quasi impressionista, dell’Inno a San Giovanni di Paolo Diacono, le cui sillabe Guido Monaco usò per denotare e nominare gli intervalli dell'esacordo musicale, ponendo le basi della solmisazione, è splendida. Avere una sua esecuzione (al piano, quella definitiva) in chiusura è... come si dice jewel-bright…? Ecco, sì, una gemma splendente.
Francesca
Com'è nata la collaborazione con Genesi Editrice?
Davide
Conosco la Genesi editrice e Sandro Gros-Pietro dal 1982. È stato il primo editore (ma è anche un bravo poeta e un fine critico) a pubblicare le mie poesie nel 1985 e con lui ho anche pubblicato la raccolta “Povertissement” nel 2006. Ho collaborato per anni anche alla sua rivista di letteratura “Vernice”. Nasce insomma da trent’anni di amicizia e di stima da parte mia per la sua casa editrice, che da sempre stampa libri di qualità; da parte sua per il mio lavoro. Occorre però fare qualche precisazione. Il disco è stato prodotto da Ashtool con la sua Into my bed records. Il libro si è reso necessario per la grande quantità di immagini e di testo esplicativo, sia in italiano, sia in inglese (grazie alla traduzione di Paul Beauchamp, musicalmente noto come Gullinkambi). Un booklet non sarebbe stato sufficiente. E poi credo, in epoca di crisi del disco, nell’opportunità di creare dei begli “oggetti” appetibili, durevoli, insostituibili rispetto alla facile reperibilità smaterializzante e intasante della musica liquida, e pace alle teorie pur vere di Zigmunt Bauman. Il libro l’ho autoprodotto io rivolgendomi quindi alla Genesi editrice e ad Alessandro Casini dei Deadburger, che di professione fa il grafico (kane.it, creative graphic lab), per l’impaginazione.
Francesca
Quando nasce la tua passione per la musica? è stata una lunga frequentazione oppure una folgorazione?
Davide
Vediamo… A undici anni ho scoperto David Bowie e ho pensato: ecco, io sono così, voglio fare come lui… Mi ha fatto prendere la chitarra in mano e cantare le mie prime canzoni. O forse nasce a nove anni con Radio Activity dei Kraftwerk: quello era il futuro! Quello ero io! E tutto lo space rock di quel periodo… O forse a sei sette anni con un disco delle più belle pagine di musica russa (Borodin, Mussorgskij, Kachaturian, Cui, Rachmaninov, Rimskij-Korsakov…) e coi dischi di mia sorella, Suzi Quatro e gli chansonniers (Brel, Brassens, Moustaki, Polnareff…) O forse a due tre anni con Roby Crispiano e i Folks… A piedi scalzi. Mia madre dice che facevo il verso per chiederle di mettere il disco e in qualche modo poi lo “ballavo” con gioia. E allora… eh eh eh eh… Io facevo solo gli “eh”… O forse è stato nel grembo… Mia madre cantava, ascoltava molto la musica e comprava un mucchio di dischi. Mio padre suonava diversi strumenti. O nelle vite precedenti? Mmm… mi perdo. Non so… Sicuramente una lunghissima frequentazione. Non ho mai avuto il coraggio di contare quante siano le migliaia di dischi che ho in casa. Mi mette ansia solo pensarci.
Francesca Qual è stato l'artista che ha trasformato il tuo modo di ascoltare/sentire?
Davide
David Bowie e Kate Bush su tutti, ma anche Brian Eno e i Beatles. Anche i primi Pink Floyd (il lato A di Atom Heart Mother in particolare) e i Roxy Music. E poi Stravinsky, Ravel, Debussy, Bartok (gli archi dell’adagio del Piano Concerto n. 2 mi rapiscono ancora oggi) e lo Šostakovič dei Preludi e fughe o del Cello concerto n.1, un disco che ho letteralmente consumato, come anche il Concerto degli Angeli di Hindemith dal Mathis der Mahler… Poi i Japan e David Sylvian. Gli italiani sono venuti dopo, soprattutto Battiato, Faber, Alice, Paolo Conte, il Battisti periodo Panella… Notevoli anche i Matia Bazar degli anni d’oro. L’ultimo disco che mi ha scosso e sconvolto di pancia, di cuore e di testa è stato Outside di Bowie… Da allora nient’altro ha più avuto lo stesso effetto.
Francesca
Quando Platone morì, gli trovarono sotto il cuscino una commedia di Aristofane, quasi a dimostrare che la filosofia e la vita hanno bisogno del sorriso. Anche la musica si serve del sorriso?
Davide
In un universo senza scopo, tutto è uguale e nulla vale la pena di un serio pensiero. Non ci resta che cogliere ciò che preferiamo e sorridere… scrisse H.P. Lovecraft. La musica si serve, deve servirsi anche del sorriso, fosse anche un sorriso triste o amaro. Una musica che sorrida è però più difficile da individuare a prescindere dalla persona e dal momento molto soggettivo in cui vive e ascolta. Il primo a farmi sorridere, in vari modi, fu senz’altro De Andrè. Amaramente o compassionevolmente anche Leonard Cohen.
Francesca
Scrive Dumal: "Lo stile è l'impronta di ciò che si è in ciò che si fa." Definisci il tuo.
Davide
Ho un bisogno inappagabile di conoscere. Quanto allo stile, non so poi bene di quali qualità e significati io sia il portatore fino a quando non siano gli altri a dirmelo. E anche allora non ne sono sicuro…
Un libro, un disco, un piatto e una città e perchè?
Torino è la mia città. Torino è una città straordinaria, regale, misteriosa, ricca di inizi e di “iniziati”, di storie e personaggi più di ogni altra per me; è ricca di segreti e sinapsi che secondo me la innervano a qualunque altra parte del mondo e a qualunque punto della storia umana. Ma non te lo fa vedere subito, né mai lo scopri se non con amore e con fatica. C’è un gioco che faccio spesso mentalmente quando passeggio: penso a una cosa e cerco tutte le associazioni che mi riportino alla mia città. Non so, ti faccio qualche esempio… Indiani d’America, colonizzazione francese del Canada, Irochesi, reggimento dei Carignano in Canada nel 1667, fregio raffigurante una testa di indiano sulle finestre del piano nobile di Palazzo Carignano… Oppure: Nilo… il fiume Eridano, le origini egizie di Torino secondo Emanuele Tesauro e altre fonti antiche, il mito di Fetonte e la storia di un presunto faraone Phaeton col suo carro in corsa finito nel Po (una storia, che se vuoi, può portare perfino al Diluvio Universale per alcuni), la fontana dei Dodici Mesi al Valentino… O viceversa, partendo da una cosa che vedo per Torino…
Un disco? Uno qualunque di Kate Bush, oppure Heroes… Ma se cito Bowie poi non smetto. Almeno la trilogia berlinese.