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sabato 26 ottobre 2013

Franco Mussida: 'La Musica Ignorata' (Skira Editore)

Quando ai tempi di Supernatural il redivivo Carlos Santana sosteneva che la sua musica migliorava l'ascoltatore modificandone la struttura molecolare tutti giù a ridere, in primis la stampa che lo sfotteva come fricchettone impenitente. Quando è stato Robert Fripp ad affermare la stessa cosa, con termini diversi ma uguali nella sostanza, tutti intimoriti perchè se parla Fripp c'è di sicuro del vero. Ma quanti musicisti hanno realmente approfondito il rapporto tra il mondo delle note e il microcosmo interiore che riceve e assimila melodie, armonie e ritmi? Franco Mussida è uno di questi e il suo libro La Musica Ignorata è la dimostrazione di quanto le mani, la mente e il cuore di un compositore possano essere canale di energia, veicolo di mutamenti profondi.

Il libro del chitarrista della PFM nasce come catalogo della sua recente mostra Stazioni d'ascolto con vista sulla musica ma trascende questa funzione per presentarsi come diario di bordo di un lungo viaggio intrapreso decenni fa con la Premiata e che prosegue tuttora in numerose forme, ultima delle quali - meno nota ma altrettanto meritevole di attenzione - quella di scultore. Che cosa rappresentano queste padelle dorate che Mussida ha esposto a San Marino fino allo scorso settembre? La musica ignorata è una guida, anzi una sorta di "legenda" alla creazione di queste sculture che hanno un profondo valore simbolico: la padella, per quanto prosaica e domestica, è luogo di mutazione alchemica, il manico è il mezzo di contatto tra artefice e ingredienti, la terracotta è il materiale antico e familiare, i simboli incisi rappresentano la chiave di lettura dell'intera operazione, ovvero gli intervalli.

Come già esposto negli atti del convegno Dopo i Beatles, Mussida dà notevole importanza all'intervallo tra le note come architrave per la composizione e sottolinea quanto i tredici intervalli siano dotati di una straordinaria potenza, dall'inquietudine dell'intervallo di seconda alla forza creatrice della sesta. La musica è "ignorata" perchè ne percepiamo consapevolmente solo una parte, e l'autore si sofferma su quella nascosta e inudibile, eterea e inafferrabile ma portatrice di mutazioni sensibili. La triade suono-vibrazione-emozione e il valore gnostico degli intervalli materializzati nelle padelle toccano speciali stati di coscienza e trovano dimostrazione negli esperimenti didattici e conoscitivi che Franco ha sviluppato nella realtà carceraria.

Chi è abituato ad ascoltare Mussida come uomo di rock d'arte e d'immaginazione troverà qui un antroposofo completo e un musicista olistico.


D.z.

domenica 10 febbraio 2013

Enrico Merlin: '1000 dischi per un secolo'; Paolo Tosi: 'Contatto'

Quando Enrico Merlin mi disse "Tanto quelli come noi non sono altro che dei folli, dei maniaci!", mi fu chiara una cosa importante. La componente "maniacale" spesso è scambiata per ossessione e non per qualcosa di affine alla ricerca di completezza, di esaustività, di universalità. Per realizzare un'opera monumentale come 1000 dischi per un secolo. 1900-2000 (Il Saggiatore) era necessaria una buona dose di sana follia, di quelle che rovesci la medaglia e trovi minuzioso raziocinio e profonda preparazione. Un secolo raccontato in mille opere, il Novecento vivisezionato in un migliaio di dischi. Musica registrata "mai sentita prima", così l'autore individua il discrimine delle sue scelte: la creatività, l'impatto e l'influenza diventano la bussola per orientarsi in una lunga e appassionata compilazione che fortunatamente rifiuta le logiche di tutti quei libri dedicati ai 100, 500 o 1000 dischi più "belli" o più venduti. In prefazione Merlin prova a inquadrare alcuni principi cardine delle logiche novecentesche (al trittico melodia/armonia/ritmo si affiancano espressività, timbro e dinamica) e a motivare con fermezza il rifiuto di "caselle" e collocazioni in generi. Ecco che, in una corposa sequela di capolavori, sfilano Bartòk e i Beatles, Janacek e i Pink Floyd, Satie e Charlie Parker: non un magma indifferenziato ma un susseguirsi di schede che analizzano con precisione il valoro e il ruolo di tante opere. La popular music spadroneggia, non mancano le sorprese ma anche qualche forzatura (tanto per restare in Italia: siamo sicuri del Perigeo di Azimut e del debutto dei Napoli Centrale?). Merlin è di mentalità aperta e orecchio disinvolto, tanto da ritrovare il meglio del tardo Novecento anche in nomi come Cannibal Corpse e Chemical Brothers accanto a Loren Mazzacane Connors e Kletka Red. Eccellente.

http://www.ilsaggiatore.it

Piccola appendice per chi in musica cerca sollievo, diversivi, spensieratezza. Completamente diverso - ma non per questo privo di senso e direzione - l'approccio di Paolo Tosi: si presenta come "ascoltatore professionale di musica" e già questo basta per capire che l'attitudine maniacale va a braccetto con quella di Merlin, ma con qualche differenza. Contatto. Percorsi attraverso la musica di un ascoltatore più o meno indipendente (Edizioni Draw Up) è un diario di viaggio lungo una vita e largo quanto una casa piena di dischi: memorie sonore, aneddoti personali che scorrono appoggiati a una torrenziale colonna sonora. Tosi racconta la sua vita di appassionato di buona musica - ancora una volta, ma con occhio e orecchio diversi, un inno alla rottura dei generi - giocando con i ricordi: Contatto diventa un romanzo universale perchè chiunque potrà riconoscersi nei passaggi dalle prime canzoni tirate giù fermando i solchi del vinile alla grande dispersione digitale degli ultimi anni. Come scrive Ernesto Assante nell'introduzione, si tratta di "gente strana, che ama vivere con la colonna sonora sempre accesa".

http://www.edizionidrawup.it

D.Z.

venerdì 12 ottobre 2012

Fabio Zuffanti: 'O casta musica' (Vololibero Edizioni)

E lasciami sfogare! Perchè è tutto un affare di sfoghi, piccole indignazioni private che diventano pubbliche lamentele. L'Avvelenata di Guccini, Dov'è Dov'è di Baglioni, invettive contro l'industria discografica come Have a cigar dei Pink Floyd o il grande fuck off ai giornalisti dei Guns n' Roses di Get in the ring. Fabio Zuffanti non è da meno ma, fedele al suo concetto di "arte per l'arte", non affida a un brano bensì a un libro il suo personale j'accuse contro la "malamusica" italiana.

L'antefatto è noto. Nel gennaio del 2011 il compositore genovese scrisse una lettera contro le caste, le corporazioni e le parrocchie che dominano il nostro panorama musicale: un piccolo "caso" amplificato da adesioni e diffusioni nei social networks, che hanno dato maggior sicurezza al nostro, stimolandolo all'avventura editoriale. O casta musica è un approfondimento di alcuni temi affrontati in quella lettera: il ruolo della televisione e dei talent, il potere di alcuni network e l'influenza sui gusti del pubblico, il panorama "indie" e più in generale il senso del fare musica oggi in Italia. Insomma un vero e proprio "pamphlet ribelle" che intende sollevare l'attenzione sulla casta musicale. 

Zuffanti è chiaro nelle sue intenzioni e più di una volta non fa mistero dell'ingenuità del testo. Ingenuo perchè nato "di pancia", da uno sfogo, da una serie di domande legittime e comprensibili per un musicista di talento, di qualità, con un ruolo cruciale per la rinascita di certo rock d'arte non solo in Italia ma anche all'estero. Insomma Zuffanti non è un quivis de populo ma un artista con una rilevante storia personale, che si interroga sul senso di fare musica in un paese mai affrancatosi dal corporativismo. Ecco perchè le domande non sono ingenue (una domanda non è mai tale quando nasce da una sincera curiosità), anzi Zuffanti dà voce a tanti interrogativi che sicuramente molti appassionati di musica si saranno posti, uno su tutti: ma perchè tanto spazio per Brunori SAS-Colapesce-Luci centrale elettrica-Amor Fou-I Cani e amenità varie? E soprattutto: cosa hanno da dire costoro? E' solo questione di potenza degli uffici stampa o c'è altro dietro? 

A Zuffanti si può perdonare una scrittura spesso imperfetta, ma non l'assenza di una presa di posizione forte, come ad esempio ha fatto Bill Bruford nella sua autobiografia: un sociologo o un giornalista scafato avrebbero saputo intercettare meglio certi meccanismi e comprendere le domande che l'ascoltatore medio pone oggi alla musica. Fabio invece resta un po' in superficie: lo dimostra la parte più intrigante del saggio, ovvero quella delle interviste agli "addetti ai lavori", dove alle domande intelligenti seguono risposte precise e per niente anodine. A Zuffanti va comunque il merito - e non è poco - di aver sollevato l'attenzione su un malcostume che, anche nel campo dello spettacolo, conferma quanto sia alieno al nostro paese il concetto di meritocrazia.

http://ocastamusica.wordpress.com/

D.Z.

domenica 19 febbraio 2012

Neumi. La musica che lascia il segno





Cantus volat signa manent 

a cura di Davide Riccio
Genesi Editrice
15 Euro 



Conosco Davide Riccio come amante della musica, musicista e sopraffino intervistatore. Come pochi riesce con le sue domande ad essere specchio dell'altro, dove il domandare è l'indicazione di un nuovo orizzonte.
Non mi stupisce quindi che il volume Neumi. La musica che lascia il segno, sia frutto proprio di questa pluralità di orizzonti per la realizzazione e l'interpretazione di brani che vengono scovati nel letto del tempo. Davide Riccio mette insieme un'opera generosa e densa di stimoli, corale eppure con una precisa direzione, mostrando la sua capacità di lasciare il segno senza apparire in primo piano.
Un libro - in italiano e in inglese - con cd allegato, 18 brani per 18 stimoli sonori e visivi.




Francesca
Chi è Davide Riccio?



Davide

Eh, a sapermelo! Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo come alla salvezza di un corrimano… per dirla con le struggenti parole di Wislawa Szymborska. Le sia eterna gloria.
 




Francesca
Un libro che raccoglie i segni della musica. Come nasce Neumi?



Davide
In generale sono affascinato dalla storia perduta dell’umanità. Mi piace leggere libri tipo “Le antiche civiltà antidiluviane” di Ian Lawton, e poi Graham Hancock, Zecharia Sitchin, Peter Kolosimo, Erich von Däniken… Sono convinto che l’umanità abbia vissuto altre civiltà anche tecnologicamente progredite, poi perdute. Ma, stringendo il campo, forse farà sorridere, a Neumi ci sono arrivato un po’ per caso mentre mi occupavo di un articolo sul cantante finlandese Jukka Ammondt, che anni fa (lo dico con affetto) ha terribilmente tradotto e cantato Elvis Presley o Jerry Lee Lewis in latino (Quate, Crepa, Rota… Shake, rattle and roll…!) e cose come Blue suede shoes di Carl Perkins e altri classici del rock’n’roll in sumero. 
Ho così scoperto l’esistenza di tavolette babilonesi su cui, con caratteri cuneiformi, erano trascritti anche dei canti, inclusa la musica. È la prima musica che sia mai stata scritta, la più lontana mai pervenutaci anche per intero, come l’Inno di Hurrian (1.200-1.400 a.C.), riproposto in “Neumi” grazie alla ricostruzione fatta dallo studioso americano Joe Monzo e all’ottima interpretazione di Mirco “Ashtool” Rizzi e Oscar Mucci. Un altro frammento da tavoletta babilonese del 2000-1700 a.C., in realtà solo una scala sulla quale ho basato una composizione d’atmosfera jazzy dall’effetto un po’ cupo e straniante eppure intimista alla Lynch/Badalamenti (grazie soprattutto ai cori di Marco Barluzzi e Selene Bortot), ho utilizzato io per “Baby Lone”. Ho poi scoperto di tutto, da http://www.schoyencollection.com a dischi favolosi come Musique de la Grèce Antique dell’Atrium Musicae di Eduardo Paniagua… Più del neuma medievale, di cui sappiamo quasi tutto, ero inizialmente attratto da tutto ciò che è praticamente scomparso, per immergermi in quei modi “altri”, arcaici e perduti, di intendere e concepire la musica insieme al problema di tramandarla, di consegnarla agli altri, al futuro. 
In “Neumi” ho comunque usato diversi reperti collezionati dallo storico norvegese Martin Schøyen, a cui ho chiesto l’utilizzo per il progetto. Come scrivo nell’introduzione del libro - se vuoi un po’ da romanzo di fantascienza post-apocalittico -, ho quindi riunito molti musicisti di varia provenienza e di vario genere musicale, tutti accomunati dal gusto e dal desiderio di sperimentare nuovi territori di ricerca, intorno a tempi e modi altri e lontani, rari o perduti per sempre, di fare e tramandare musica. Come uomini del futuro (il che già siamo) che abbiano perso il proprio passato e, ritrovandone tracce misteriose e dimenticate, cerchino di riportarlo in vita in chiave moderna, contemporanea. Ma poi, come dice l’installazione blu al neon di Maurizio Mannucci alla GAM di Torino: All art has been contemporary…




Francesca
Come hai messo insieme il materiale?



Davide
Soprattutto basandomi sulla collezione di Martin Schøyen  ma non solo, avendo iniziato subito altre ricerche che mi hanno portato ovunque, dalle partiture-calligramma della ars subtilior all’esagramma di Johann Presbyter del ‘700 e centinaia di proposte di riforma della notazione fino alle partiture alternative del futurismo (Luigi Russòlo per i suoi intonarumori a esempio, riletto nel progetto da Maurizio Pustianaz, in arte Gerstein, e dai suoi sequencer) e della musica elettronica di Bussotti, Xenakis e altri ancora. In Neumi è tra gli altri presente Luca Attanasio, che per altro ha elaborato insieme a Pierpaolo Beretta un sistema microtonale detto esadecafonico (Armodue), basato su una scala equalizzata di sedici note invece che le dodici del temperamento equabile, il che ha richiesto anche a loro un'altra più appropriata semiografia musicale. Quanto al flautista Gregorio Bardini, aveva già inciso Kele Kele di Komitas Vardapet (Cd Komitas) con il pianista Paolo Longo Vaschetto. Un brano così bello che non potevo non chiederglielo in prestito per Neumi. Lui ha studiato i neumi armeni. Krell (con Paola Bianchi e Andrea Marutti) aveva già inciso la sua “Anubi” nel cd “Electronic Music of Dendera”, ispirato alle melodie di strumenti musicali e sonorità (chissà, forse, elettriche) degli antichi egizi di Dendera. Anche Marino Josè Malagnino e il Pss… Pss… Psss… Ensemble (qui composto da Teo Pace, Bruna Samele, Edi Leo, Pino Montecalvo e Stefano “Philippo” Sperandii) avevano già registrato il brano che poi ho rielaborato e ribattezzato Chironomia e Oralità. In effetti lui aveva girato l’Italia e l’Europa per un anno cercando di luogo in luogo musicisti da radunare intorno all’idea di improvvisare sulla base di quel che suggeriva loro nell’orecchio e attraverso la gestualità: quasi come i chironomi greci o egizi.
Il resto è stato da me richiesto o commissionato. Ci sono voluti quattro anni. Non mi piace dare scadenze. A parte le immagini e qualche notizia storica ho inoltre dato, come si suol dire, carta bianca.


Francesca 
Come hai scovato gli artisti? 


Davide
Da collaborazioni precedenti o in corso come musicista, oppure man mano che acquisivo dischi di artisti per i miei articoli e le mie interviste ( www.kultunderground.org) Ho coinvolto, anzi, si sono coinvolti gli artisti che sentivo più consoni per questo progetto.


Francesca
Il neuma "ossia segno, cenno, è un antico segno della notazione musicale. Fu utilizzato nel corso di tutto il Medio Evo, in particolare nel canto gregoriano." In Neumi però il viaggio si allarga più indietro nel tempo e in aree geografiche diverse. Come hai iniziato e quali difficoltà hai avuto nella tua ricerca?



Davide 
Va detto infatti che in Neumi non ci sono solo partiture musicali antiche, neumatiche in senso stretto, come nell’Inno di Giovanni di Girolamo De Simone, nel Salmo 60 (notazione mensurale francese) di Claudio Milano, Carola Caruso e Stefano Delle Monache; o nel Kyrie eleison di una partitura neumatica scandinava a neumi cosiddetti a testa di martello dei Deadburger; o ancora nel Dies Irae di Joe Raggi (Roulette Cinese) con Luca Urbani e nel Pastor Animarum di Hildegard Von Bingen meravigliosamente rifatto da Leonora (Eleonora Cardellini)... Preziosissima anche la rilettura al violoncello fatta da Zeno Gabaglio della notazione neumatica di “Mi-al har horev” da parte di Oppido Lucano: è la più antica melodia ebraica finora nota che sia mai stata trascritta. 
A queste interpretazioni si aggiungono invece quelle in cui si è anche giocato un po’. Alessandro De Caro, per esempio, ha basato la sua cantata “Kirielle” creando una notazione vettoriale mutuata dalla fisica e dalla matematica, cioè dalla teoria degli insiemi o modello di Ising. A IOIOI (Cristiana Fraticelli) ho proposto di reinterpretare il WOW! Signal, un presunto segnale radio extraterrestre rilevato dal dottor Jerry R. Ehman del SETI nel 1977. Ashtool ha liberamente e intuitivamente interpretato gli ideogrammi di un canto di genere saibara/gagaku, una musica/danza della corte giapponese. Anche Maoro Sanna ha riletto la notazione tibetana Yang-Yig di un manoscritto del diciannovesimo secolo con un glissato che ricorda la notazione usata dal biologo marino Roger Paine per trascrivere e studiare i canti delle megattere. Jacopo Andreini con il suo ensemble (Andrea Caprara e Francesco Di Mauro) ha riletto le poche note rimaste di un frammento di papiro egizio del 300 a.C., scritte con lettere dell’alfabeto greco, improvvisando il resto tra free jazz e jazzcore. Giocare con la musica (che non a caso è anche il titolo di un libro scritto da un gigante come Leonard Bernstein) è importante sempre, a qualunque età. 

Anche grazie a internet non ho avuto particolari difficoltà nel reperire notizie, documenti e contatti. Bisognerebbe dare il Nobel a Bob Khan e a Vint Cerf. 



Francesca 
Scovare sistemi grafici di notazione musicale alternativi a quella che noi conosciamo (5 righe e 4 spazi) è un modo per reagire alla contemporaneità della musica liquida?


Davide
Il sottotitolo di Neumi è Cantus volat signa manent; ed è sicuramente una provocazione anche in questo senso. È importante recuperare il segno in anni di perdita delle competenze di lettura e scrittura musicale, contro le agevolazioni e la labilità dell’elettronica, della registrazione sempre più affidata soltanto alle capacità e alla memoria informatica e alla elettricità (non è detto che ne avremo per sempre). Dischi, nastri, cd… per quanto le discoteche di stato si possano sforzare di conservare in condizioni ottimali, non è detto che dureranno più di una incisione su pietra o su argilla, o perfino della memoria “orale” da maestro ad allievo (come nella musica per launeddas). Non è infatti detto che la nostra cultura possa continuare in eterno. I nostri supporti potrebbero diventare ancora più illeggibili di un carattere cuneiforme se, per qualche motivo, venisse meno la nostra attuale civiltà… Prova a immaginare uno Champollion davanti a un geroglifico della stele di Rosetta e poi un futuro studioso equivalente davanti ai pits e lands di un frammento di disco di policarbonato… Sempre che il policarbonato si conservi tanto a lungo quanto una pietra… 
Ti confesso però che sono nondimeno molto grato alla “musica liquida”. Fare un disco era già difficile una volta; oggi – a meno che non venga autoprodotto – anche peggio. Divulgare, anche gratuitamente, la propria musica per un musicista può essere un aspetto molto importante.


Francesca 
C'è qualcosa in comune tra un frammento di papiro egizio del 300 a.C e la composizione del futurista Luigi Russòlo? 


Davide 
Il bisogno di immortalità, di ampiezza, di condivisione e socialità contro la transitorietà, la finitezza e la solitudine della condizione umana.


Francesca 
Qual è stata, se c'è stata, una interpretazione che più di altre ti ha emozionato?

Davide 
Mi hanno tutte ugualmente emozionato. Ogni restituzione mi emoziona. Mi ha emozionato soprattutto la condivisione fin da subito seria ed entusiasta da parte di tutti per un progetto che è stato da subito percepito originale, affascinante. Ho poi un debole per ciascuna composizione… Sono tutte così diverse! Il maestro Girolamo De Simone mi ha però anche commosso. Nel giorno del mio compleanno mi ha donato un anteprima in videoclip su YouTube dell’Inno di Giovanni (da Guido d’Arezzo) improvvisato alla spinetta. La sua interpretazione, direi quasi impressionista, dell’Inno a San Giovanni di Paolo Diacono, le cui sillabe Guido Monaco usò per denotare e nominare gli intervalli dell'esacordo musicale, ponendo le basi della solmisazione, è splendida. Avere una sua esecuzione (al piano, quella definitiva) in chiusura è... come si dice jewel-bright…? Ecco, sì, una gemma splendente. 



Francesca 
Com'è nata la collaborazione con Genesi Editrice?


Davide
Conosco la Genesi editrice e Sandro Gros-Pietro dal 1982. È stato il primo editore (ma è anche un bravo poeta e un fine critico) a pubblicare le mie poesie nel 1985 e con lui ho anche pubblicato la raccolta “Povertissement” nel 2006. Ho collaborato per anni anche alla sua rivista di letteratura “Vernice”. Nasce insomma da trent’anni di amicizia e di stima da parte mia per la sua casa editrice, che da sempre stampa libri di qualità; da parte sua per il mio lavoro. Occorre però fare qualche precisazione. Il disco è stato prodotto da Ashtool con la sua Into my bed records. Il libro si è reso necessario per la grande quantità di immagini e di testo esplicativo, sia in italiano, sia in inglese (grazie alla traduzione di Paul Beauchamp, musicalmente noto come Gullinkambi). Un booklet non sarebbe stato sufficiente. E poi credo, in epoca di crisi del disco, nell’opportunità di creare dei begli “oggetti” appetibili, durevoli, insostituibili rispetto alla facile reperibilità smaterializzante e intasante della musica liquida, e pace alle teorie pur vere di Zigmunt Bauman. Il libro l’ho autoprodotto io rivolgendomi quindi alla Genesi editrice e ad Alessandro Casini dei Deadburger, che di professione fa il grafico (kane.it, creative graphic lab), per l’impaginazione. 


Francesca 
Quando nasce la tua passione per la musica? è stata una lunga frequentazione oppure una folgorazione? 


Davide
Vediamo… A undici anni ho scoperto David Bowie e ho pensato: ecco, io sono così, voglio fare come lui… Mi ha fatto prendere la chitarra in mano e cantare le mie prime canzoni. O forse nasce a nove anni con Radio Activity dei Kraftwerk: quello era il futuro! Quello ero io! E tutto lo space rock di quel periodo… O forse a sei sette anni con un disco delle più belle pagine di musica russa (Borodin, Mussorgskij, Kachaturian, Cui, Rachmaninov, Rimskij-Korsakov…) e coi dischi di mia sorella, Suzi Quatro e gli chansonniers (Brel, Brassens, Moustaki, Polnareff…) O forse a due tre anni con Roby Crispiano e i Folks… A piedi scalzi. Mia madre dice che facevo il verso per chiederle di mettere il disco e in qualche modo poi lo “ballavo” con gioia. E allora… eh eh eh eh… Io facevo solo gli “eh”… O forse è stato nel grembo… Mia madre cantava, ascoltava molto la musica e comprava un mucchio di dischi. Mio padre suonava diversi strumenti. O nelle vite precedenti? Mmm… mi perdo. Non so… Sicuramente una lunghissima frequentazione. Non ho mai avuto il coraggio di contare quante siano le migliaia di dischi che ho in casa. Mi mette ansia solo pensarci. 

Francesca Qual è stato l'artista che ha trasformato il tuo modo di ascoltare/sentire?



Davide 
David Bowie e Kate Bush su tutti, ma anche Brian Eno e i Beatles. Anche i primi Pink Floyd (il lato A di Atom Heart Mother in particolare) e i Roxy Music. E poi Stravinsky, Ravel, Debussy, Bartok (gli archi dell’adagio del Piano Concerto n. 2 mi rapiscono ancora oggi) e lo Šostakovič dei Preludi e fughe o del Cello concerto n.1, un disco che ho letteralmente consumato, come anche il Concerto degli Angeli di Hindemith dal Mathis der Mahler… Poi i Japan e David Sylvian. Gli italiani sono venuti dopo, soprattutto Battiato, Faber, Alice, Paolo Conte, il Battisti periodo Panella… Notevoli anche i Matia Bazar degli anni d’oro. L’ultimo disco che mi ha scosso e sconvolto di pancia, di cuore e di testa è stato Outside di Bowie… Da allora nient’altro ha più avuto lo stesso effetto. 


Francesca
Quando Platone morì, gli trovarono sotto il cuscino una commedia di Aristofane, quasi a dimostrare che la filosofia e la vita hanno bisogno del sorriso. Anche la musica si serve del sorriso?

Davide
In un universo senza scopo, tutto è uguale e nulla vale la pena di un serio pensiero. Non ci resta che cogliere ciò che preferiamo e sorridere… scrisse H.P. Lovecraft. La musica si serve, deve servirsi anche del sorriso, fosse anche un sorriso triste o amaro. Una musica che sorrida è però più difficile da individuare a prescindere dalla persona e dal momento molto soggettivo in cui vive e ascolta. Il primo a farmi sorridere, in vari modi, fu senz’altro De Andrè. Amaramente o compassionevolmente anche Leonard Cohen. 


Francesca 
Scrive Dumal: "Lo stile è l'impronta di ciò che si è in ciò che si fa." Definisci il tuo.




Davide 
Ho un bisogno inappagabile di conoscere. Quanto allo stile, non so poi bene di quali qualità e significati io sia il portatore fino a quando non siano gli altri a dirmelo. E anche allora non ne sono sicuro…


Francesca 
Un libro, un disco, un piatto e una città e perchè? 


Davide 

Torino è la mia città. Torino è una città straordinaria, regale, misteriosa, ricca di inizi e di “iniziati”, di storie e personaggi più di ogni altra per me; è ricca di segreti e sinapsi che secondo me la innervano a qualunque altra parte del mondo e a qualunque punto della storia umana. Ma non te lo fa vedere subito, né mai lo scopri se non con amore e con fatica. C’è un gioco che faccio spesso mentalmente quando passeggio: penso a una cosa e cerco tutte le associazioni che mi riportino alla mia città. Non so, ti faccio qualche esempio… Indiani d’America, colonizzazione francese del Canada, Irochesi, reggimento dei Carignano in Canada nel 1667, fregio raffigurante una testa di indiano sulle finestre del piano nobile di Palazzo Carignano… Oppure: Nilo… il fiume Eridano, le origini egizie di Torino secondo Emanuele Tesauro e altre fonti antiche, il mito di Fetonte e la storia di un presunto faraone Phaeton col suo carro in corsa finito nel Po (una storia, che se vuoi, può portare perfino al Diluvio Universale per alcuni), la fontana dei Dodici Mesi al Valentino… O viceversa, partendo da una cosa che vedo per Torino… 

Un disco? Uno qualunque di Kate Bush, oppure Heroes… Ma se cito Bowie poi non smetto. Almeno la trilogia berlinese. 


Un libro? Oggi leggo quasi esclusivamente saggi, soprattutto storici, geografici, scientifici e artistici. Adoro allo stesso modo collezionare e guardare documentari. I romanzi non riescono più a darmi le sensazioni profonde che provavo da giovanissimo alle prime scoperte. I primi romanzi avevano un fascino che oggi non ritrovo più; penso sia un problema di esperienza di lettore e di età. Tra gli scrittori che più amavo c’erano Hesse, Bioy Casares, Buzzati, Calvino, Pavese, Bernhard, E.T.A. Hoffman, Lovecraft, Edgar Allan Poe, Maupassant, Dostoevskij, Kafka, Kerouac, Burroughs, Bradbury, Phil Dick, Shakespeare e poeti come Rilke, Rimbaud, Baudelaire, Montale… Ancora oggi preferisco comunque i classici. Oppure preferisco il cinema… Departures di Yojiro Takita e “The Turin Horse” di Bela Tarr sono gli ultimi capolavori che ho visto in questi giorni. “Una pura formalità” di Tornatore, un qualunque film di Kubrick, Herzog o quelli che ti ho citato prima valgono ciascuno quanto un romanzo, se non di più. Comunque, se devo scegliere un libro in particolare a rappresentarmi allora penso al tema faustiano, conosciuto da ragazzo in un trattato di Spies. Da ragazzo mi fece molta impressione. Direi quindi di sentirmi vicino al Doctor Faustus di Thomas Mann e al personaggio del compositore Adrian Leverkühn.

Infine un piatto… Amo tutti i vegetali. Adoro scegliere, lavare, tagliare, cucinare il mondo colorato delle verdure. Con la carne e gli animali ho una crescente difficoltà; forse sto diventando vegetariano. 




Per avere una copia di Neumi:
http://www.discogs.com/Various-Neumi/release/3149615 

oppure: ricciomeister@gmail.com


Francesca Grispello 
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