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mercoledì 17 settembre 2014

Crac Edizioni tra rock in italiano e folk metal

Sono un lettore appassionato e attento dei libri pubblicati da Crac Edizioni. Trovo che la piccola ma battagliera casa editrice anconetana meriti attenzione per la passione, l'accuratezza delle grafiche, la voglia di occuparsi di segmenti di nicchia o di nomi di culto senza per questo investire tutto sul sensazionalismo. Ci sono però alcuni titoli sui quali ho alcune riserve, due in particolare.

Il primo è Va pensiero. 30 anni di rock e metal in italiano. Basta dire che l'autore è Gianni Della Cioppa - ben coadiuvato da esperti come Walter Bastianel e Marco Priulla - per avere un'idea dell'approfondimento, della competenza e della passione profuse. Il concept di fondo è molto stimolante. Attenzione: non rock italiano - che potrebbe significare prodotto in Italia - ma rock cantato in italiano. Questo limita molto il raggio d'azione, ancor più ridotto poichè il periodo prescelto esclude gli anni '70 e parte dal decennio successivo: una scelta coraggiosa e condivisibile, visto che la gran parte delle trattazioni predilige l'epoca d'oro, quella del prog in particolare. La mia riserva riguarda però l'approccio: per quanto di piacevole lettura - con un tocco d'ironia che non guasta mai - il libro è sviluppato a mo' di enciclopedia, ovvero rock band con testi in italiano dalla A alla Z. Credo che tale modello sia superato e che un autore con la credibilità e la conoscenza di Gianni avrebbe potuto optare per un taglio storico molto più ampio e diacronico, potendo così sottoporre al lettore l'evoluzione temporale del linguaggio rock italiano. 

Di stampo completamente diverso Folk Metal. Dalle origini al Ragnarok di Fabrizio Giosuè. Ciò che balza subito all'occhio è la incontenibile passione dell'autore, personalità piuttosto conosciuta e apprezzata nel settore: ben venga uno slancio del genere, a patto che sia tenuto a freno laddove è necessario iniziare il lettore a un ambiente particolarmente suggestivo e ricco di connessioni extra musicali. Quando l'autore - nella parte iniziale che ha una funzione definitoria del fenomeno folk metal - afferma a pag. 11 che "folk è l'insieme principale" e tra i suoi sottoinsiemi c'è "il folk stesso", la confusione è dietro l'angolo (ed è meglio non addentrarsi nelle vie impervie degli insiemi tra il teorema di Cantor e l'antinomia di Russell...). Giosuè resta legato a questo assunto di partenza quando presenta ogni band, catalogandola come folk, pagan o viking (e rispettivi sottogeneri tra black, epic e così via). Al netto di tale annotazione, il libro scorre in modo gradevole, rafforzato dalla cura per il dettaglio dell'autore, che ripercorre con dovizia le vicende delle formazioni folk metal, dai grandi Skyclad alla scoperta - almeno per chi scrive - degli Otyg, passando per gli italiani FolkStone.

www.edizionicrac.blogspot.com

D.Z.

martedì 16 settembre 2014

Donne e rock, cartoline e icone: le immagini di Angelo Fuschetto e Fausto Gilberti

Un professore sannita a riposo, erudito, storico locale e collezionista. Un disegnatore bresciano quarantenne, ammalato inguaribile di rock, che trascorre le notti tra china e vinile. Cosa possono avere in comune Angelo Fuschetto e Fausto Gilberti? Nulla. Assolutamente nulla. Eppure i due testi che segnaliamo alla vostra attenzione hanno nella centralità dell'immagine e nell'attenzione al valore simbolico della stessa un trait d'union molto forte.

Donne in stile Liberty. Le cartoline che disegnarono un'epoca (Auxiliatrix) è un testo prezioso concentrato su una delle sezioni più intriganti che Fuschetto possiede nel suo personale archivio-museo. Una promenade - più che un'esposizione, una sequenza - tra cartoline provenienti dal fronte (15-18) caratterizzate dalla centralità della figura femminile. Missive provenienti da zone di guerra, è vero, ma il succo dell'operazione va oltre la retorica bellica: far risaltare la bellezza, l'attenzione al dettaglio, la perfezione del vestiario, dei lineamenti femminili, la gentilezza sofisticata e altera delle pose, insomma il trionfo della Belle Époque e dell'Art Nouveau. Peccato che l'autore abbia riportato solo immagini e brevi didascalie: poter vedere il retro, non solo per l'affrancatura d'epoca ma anche per le dediche e i pensieri (in barba alla privacy di 100 anni fa...), avrebbe dato completezza e una curiosità in più.

Non si risparmia invece Gilberti: Rockstars (Corraini) è un viaggio in lungo e in largo tra le principali icone del rock dagli anni '60 ad oggi. Uso volutamente il termine "icone" perchè Gilberti - disegnatore dal tratto surreale, visionario e talvolta grottesco - punta proprio sulla dimensione simbolica, oserei dire sacrale (non così fuori luogo visto l'affetto del popolo rock verso le liturgie...), delle grandi personalità rock. Non è un ritrattista in senso stretto, può avvicinarsi a un caricaturista, ma in realtà coglie gli elementi salienti di Led Zeppelin e Miles Davis, Cure e Arcade Fire, David Sylvian e Kasabian, connotando il tutto di linee essenziali e soprattutto di profonda ironia. Il mito di Re Elvis e tutto il resto è nulla, gli ampli dei Can come colonne di cattedrali, i Joy Division sperduti in un campo innevato, il Johnny Cash statuario e imponente di American Recordings le tavole più struggenti di questa originalissima esperienza in bianco e nero.

D.Z.

domenica 27 luglio 2014

Lunga vita al metallo italiano: tre libri Crac su Skanners, The Black e Vanadium


Lunga vita al metallo italiano. A differenza del progressive anni '70, nato e cresciuto in pompa magna grazie a un contesto storico e sociale più favorevole all'ingresso del rock d'oltremanica (ma anche all'unicità di formazioni inimitabili come PFM, Banco, Area, Orme, Osanna etc.), l'heavy metal tricolore ha avuto maggiori difficoltà di affermazione, non ha goduto di ampi spazi mediatici, ha sofferto il progressivo decadimento dell'industria discografica, e naturalmente si è scontrato con una cultura musicale nazionale poco disposta alle sonorità più aggressive e taglienti dell'hard. Questa riflessione accomuna tre testi pubblicati da Crac Edizioni, casa editrice indipendente anconetana che, insieme alla milanese Tsunami, sta costruendo un catalogo ad hoc, dedicato proprio alle varie declinazioni del metallo italiano, con un occhio di riguardo all'apparato iconografico. Skanners, The Black e Vanadium i tre nomi in questione, per tre testi "ufficiali" che, se letti insieme, forniscono una panoramica molto interessante ed esauriente sullo stato di salute del rock duro in Italia tra anni '80 e '90.

Indubbiamente il nome di punta sono i Vanadium, raccontati da Luca Fassina in Vanadium. La biografia ufficiale. L'autore però sceglie di farsi da parte, di restare dietro le quinte, per mettere in prima fila una nutrita messe di testimonianze inedite: quelle dei membri della band, dei roadies, degli addetti ai lavori che nel corso degli anni hanno incrociato la loro attività con quella del blasonato gruppo milanese, autentica istituzione del rock italiano anni '80. Ed è proprio Milano la protagonista del libro: luogo di incontro e di scontro tra Pino Scotto e colleghi, città che non ha sofferto in maniera drammatica l'arrivo del riflusso musicale provando invece a garantire una sorta di continuità, come dimostra il trait d'union tra i punk rockers Kaos Rock e i Vanadium, ovvero il Centro Sociale Santa Marta

The Black e Skanners si sono mossi invece in ambienti di provincia, rispettivamente Pescosansonesco (PE) e Oltrirasco (BZ): eppure, caratteristica frequente nella storia del rock italiano, proprio le località fuori dai giri ufficiali hanno stimolato i musicisti a dare il meglio e ad affrancarsi dal provincialismo. Il doom guru abruzzese e gli alfieri denim & leather altoatesini ("i Saxon italiani"!) hanno potuto sviluppare la propria direzione e raggiungere risultati importanti proprio grazie a tale contesto: ovviamente non hanno ottenuto la visibilità dei Vanadium ma ancora oggi sono ricordati per la cifra stilistica e le peculiarità. Una personalità artistica come Mario "The Black" Di Donato rende il libro su di lui estremamente stimolante: il rapporto tra pittura, religiosità arcaica e dark rock lo rende un unicum nel panorama nazionale. Quella degli Skanners invece è una vicenda prettamente musicale: non a caso è allegato al libro un DVD che rafforza il percorso di memoria a loro dedicato.


D.Z.

venerdì 8 novembre 2013

Peter Hammill. Fogwalking - Tutti i testi 1971-1980 (Ph-VDGG Study Group)

Peter Hammill poeta rock. Affermazione pacifica, ma proviamo a guardarla da un altro punto di vista: non più quello consueto del musicista rock anomalo per la profondità, le congiunzioni letterarie e filosofiche, l'impatto emotivo, ma quello dell'autore che affida al rock - e alla singolarità dell'esperienza progressive - un testo di elevata dignità poetica. Talmente elevata da reggere in pieno la separazione dalla musica, da godere di piena autonomia. 

Peter Hammill. Fogwalking - Tutti i testi 1971-1980 ribadisce quanto affermato nelle varie pubblicazioni dedicate a Bob Dylan, Leonard Cohen, Van Morrison e - per arrivare ad ambienti più vicini a Hammill - anche Pete Sinfield: in alcuni casi la dignità poetica dei testi è tale da poter sostenere una lettura indipendente dal contesto musicale nel quale sono nati. Prendiamo Chameleon in the Shadow Of The Night (1973), In Camera (1974) oppure Over (1977): le riflessioni esistenziali, la qualità e la verticalità degli interrogativi, l'esistenza di spazi testuali che coinvolgono l'ascoltatore (e il lettore...) non tanto perchè risuonano corde profonde ma soprattutto perchè ne stimolano la partecipazione attiva, peculiarità che hanno reso la penna hammilliana unica nel suo genere.

Questo nuovo libro coordinato da Luca Fiaccavento ed Emilio Maestri - colonne del Gruppo di studio dedicato a Van Der Graaf e Hammill - segue la precedente operazione dedicata ai testi del Generatore e si sofferma sulla prima fase dell'attività hammilliana: dal debutto in proprio di Fool's Mate (1971) al disco-crocevia A Black Box (1980), ultimo atto di un decennio di grande impegno e di progressiva ridefinizione della propria poetica. Come accade per ogni atto di traduzione, gli autori offrono la loro interpretazione: il più possibile fedele allo spirito originale, tanto da utilizzare preziose chiose hammilliane che si rivelano decisive, anche quando lasciano aperte più possibilità ermeneutiche. 

Rispetto ai testi per il Generatore, quelli solisti rivelano un Hammill lacerato di fronte ai propri abissi interiori, oppure un poeta vate di fronte ai grandi cambiamenti del decennio: allegorie, critica e memorie di particolare complessità. Un vero e proprio camminare nella nebbia.


D.Z.

sabato 2 novembre 2013

Luca Pollini: 'Musica leggera Anni di piombo' (No Reply)

“I nostri non sono dischi, sono progetti politici”. La celebre affermazione di Demetrio Stratos, manifesto programmatico dell’esperienza Area usato a mo’ di esergo per il nuovo libro di Luca Pollini, è il fil rouge di uno dei decenni più controversi e dibattuti della nostra storia. Agli anni ’70 e alla musica ribelle della turbolenta decade l’autore dedica il suo contributo per la collana Velvet: in poche pagine Pollini fornisce le coordinate per comprendere intenzioni, obiettivi, modalità espressive e orizzonti culturali di chi all’epoca suonava tra molotov, acidi, bandiere e ciclostile. 

Esperto di costume e attento osservatore delle realtà giovanili, Pollini parte da lontano, dalla penetrazione di stilemi e tensioni dylaniane nell’opera dei primi cantautori e dall’avvento del movimento beat nella Milano perbenista e borghese dei primi anni ’60. La parte del leone è tuttavia riservata all’onda lunga del ’68: i protagonisti (gruppi, formazioni politiche, riviste, radio libere), le canzoni più rappresentative, la stagione dei grandi festival, fino all’epilogo simbolico dei polli e della violenza del Parco Lambro annata 1976. 

Più che un saggio analitico, Musica leggera è una sorta di compendio, un manuale introduttivo per neofiti che fornisce le indicazioni di base: non mancano gli errori (ad es. l’accusa di Joe Vescovi dei Trip agli organizzatori che avrebbero truccato il festival non avviene nel 1974 a Roma ma nel 1971 a Viareggio) ma la lettura è piacevole.


d.z.

domenica 10 febbraio 2013

Enrico Merlin: '1000 dischi per un secolo'; Paolo Tosi: 'Contatto'

Quando Enrico Merlin mi disse "Tanto quelli come noi non sono altro che dei folli, dei maniaci!", mi fu chiara una cosa importante. La componente "maniacale" spesso è scambiata per ossessione e non per qualcosa di affine alla ricerca di completezza, di esaustività, di universalità. Per realizzare un'opera monumentale come 1000 dischi per un secolo. 1900-2000 (Il Saggiatore) era necessaria una buona dose di sana follia, di quelle che rovesci la medaglia e trovi minuzioso raziocinio e profonda preparazione. Un secolo raccontato in mille opere, il Novecento vivisezionato in un migliaio di dischi. Musica registrata "mai sentita prima", così l'autore individua il discrimine delle sue scelte: la creatività, l'impatto e l'influenza diventano la bussola per orientarsi in una lunga e appassionata compilazione che fortunatamente rifiuta le logiche di tutti quei libri dedicati ai 100, 500 o 1000 dischi più "belli" o più venduti. In prefazione Merlin prova a inquadrare alcuni principi cardine delle logiche novecentesche (al trittico melodia/armonia/ritmo si affiancano espressività, timbro e dinamica) e a motivare con fermezza il rifiuto di "caselle" e collocazioni in generi. Ecco che, in una corposa sequela di capolavori, sfilano Bartòk e i Beatles, Janacek e i Pink Floyd, Satie e Charlie Parker: non un magma indifferenziato ma un susseguirsi di schede che analizzano con precisione il valoro e il ruolo di tante opere. La popular music spadroneggia, non mancano le sorprese ma anche qualche forzatura (tanto per restare in Italia: siamo sicuri del Perigeo di Azimut e del debutto dei Napoli Centrale?). Merlin è di mentalità aperta e orecchio disinvolto, tanto da ritrovare il meglio del tardo Novecento anche in nomi come Cannibal Corpse e Chemical Brothers accanto a Loren Mazzacane Connors e Kletka Red. Eccellente.

http://www.ilsaggiatore.it

Piccola appendice per chi in musica cerca sollievo, diversivi, spensieratezza. Completamente diverso - ma non per questo privo di senso e direzione - l'approccio di Paolo Tosi: si presenta come "ascoltatore professionale di musica" e già questo basta per capire che l'attitudine maniacale va a braccetto con quella di Merlin, ma con qualche differenza. Contatto. Percorsi attraverso la musica di un ascoltatore più o meno indipendente (Edizioni Draw Up) è un diario di viaggio lungo una vita e largo quanto una casa piena di dischi: memorie sonore, aneddoti personali che scorrono appoggiati a una torrenziale colonna sonora. Tosi racconta la sua vita di appassionato di buona musica - ancora una volta, ma con occhio e orecchio diversi, un inno alla rottura dei generi - giocando con i ricordi: Contatto diventa un romanzo universale perchè chiunque potrà riconoscersi nei passaggi dalle prime canzoni tirate giù fermando i solchi del vinile alla grande dispersione digitale degli ultimi anni. Come scrive Ernesto Assante nell'introduzione, si tratta di "gente strana, che ama vivere con la colonna sonora sempre accesa".

http://www.edizionidrawup.it

D.Z.

sabato 26 gennaio 2013

Max Marchini: 'Greg Lake. Word Sculptures'

"Sculture di parole". Pensando all'epopea del rock progressivo, vengono in mente le imponenti sculture sonore create nel corso di quasi mezzo secolo di rock d'arte: colpi e ceselli di scalpello che hanno dato vita a un monumento ricco di sfumature, nuances e policromie. Merito anche dei testi. Considerati talvolta dei meri orpelli o delle aggiunte ex post rispetto alla prevalenza del dato strumentale, sono stati affidati a grandi voci, a eccelsi interpreti: pensiamo a Peter Gabriel, Jon Anderson, Peter Hammill, a loro modo Robert Wyatt e Richard Sinclair, e ovviamente Greg Lake.

Mr. Lake è tornato in Italia lo scorso dicembre per un breve tour solista, quel Songs of a lifetime che ha suscitato notevole interesse per la formula o­ne man-show e che ha fatto riconquistare al vocalist inglese degli spazi considerevoli. Proprio in occasione del suo tour, e in attesa di un'autobiografia annunciata da tempo, Max Marchini - firma storica di Rockerilla e amico intimo di Greg - ha pubblicato questo Word Sculptures: un biglietto da visita per i pochi che non conoscono o che hanno dimenticato la storia di Lake, un approfondimento tra aneddoti e immagini per chi ama la sua vicenda e ha partecipato al tour solista.

La formula è avvincente: ricordi, episodi, riflessioni e considerazioni artistiche e umane tra foto inedite e testi. Greg Lake si racconta (in inglese) dall'infanzia all'ultima reunion con Emerson e Lake per lo High Voltage Festival del 2010, inquadrando il suo ruolo nei King Crimson prima e negli ELP dopo, e riflettendo sulla sua carriera solista ma anche sulle differenze tra industria discografica ieri e oggi. Godibile anche se poco incentrato sull'aspetto musicale e più sull'aneddotica o su vicende private, Word Sculptures si muove nel solco di un'interessante riflessione: Lake è uno dei simboli del prog, eppure la sua voce e in generale il suo ruolo e i suoi interessi sono molto legati alla forma-canzone (non a caso ricorda con orgoglio che Lucky Man fu il primo pezzo da lui composto), alla quale non ha mai abdicato.

Un testo molto piacevole, da affiancare all'autobiografia di Emerson pubblicata qualche anno fa da Stampa Alternativa, per cogliere affinità e divergenze tra due colossi della storia del rock.

http://www.greglake.com

D.Z.

domenica 7 ottobre 2012

Gabriele Marino: 'Britney canta Manson e altri capolavori...' (Crac Edizioni)

"Parlare di musica senza saper suonare è come parlare di sesso senza averlo mai provato". Il punto di vista degli ZZ Top - semplice e lapidario - è l'assunto dal quale negli ultimi anni lo studioso Innocenzo Alfano sta conducendo la sua "battaglia": nei pregevoli saggi del giovane scrittore, il fil rouge è la condanna - doverosa e condivisibile - di tutti quei giornalisti che raccontano il rock fermandosi all'aneddotica spicciola, senza entrare nell'analisi strettamente musicale, senza "mettere le mani nel motore". Ma c'è dell'altro. Perchè il rock è anche altro. E' anche immaginazione, provocazione, sense of humour, stimolo per una scrittura critica che può andare oltre gli obblighi della partitura per diventare letteratura sui generis.

Gabriele Marino se ne occupa ampiamente nel suo Britney canta Manson e altri capolavori..., eccellente studio dedicato a quel fenomeno sotterraneo, conosciuto ma mai affiorato per bene in superficie, che sono le recensioni "immaginarie". Pensiamo alla più celebre, quella di Greil Marcus, che nel 1969 sulle colonne di Rolling Stone "inventa" un finto disco - The Masked Marauders! - per divertirsi alle spalle delle supersessions imperanti. Oppure ai suggestivi esercizi di stile di Mission: It's Possible, gloriosa rubrica di Blow Up curata da Dioniso Capuano. E ancora Lester Bangs, i nostri Riccardo Bertoncelli, Vittore Baroni, Maurizio Bianchini e Massimo Cotto, autori in tempi e con modi diversi di deliziose pagine di letteratura rock.

Perchè è di questo che si tratta: creare e recensire band e dischi immaginari - dal Dylan farlocco di Remained light a Polpetta e i Cani Avvelenati - è un delizioso esercizio di stile, a lungo andare una vera e propria corrente letteraria fitta di invenzioni, prese in giro, artifizi e ganci giornalistici non comuni. Marino passa in rassegna - con arguzia e preparazione - i casi più eclatanti di musica "potenziale" mettendo in campo un apparato di rimandi e approfondimenti davvero invitante. Partendo da una disamina sulla natura - rectius: le nature... - della critica rock, il giovane autore siciliano entra nei meccanismi delle recensioni immaginarie cogliendo le affinità tra il fenomeno della "pseudodischia" e la letteratura potenziale tanto cara all'OuLiPo.

Un saggio originale e denso, purtroppo non affrancatosi dall'originaria natura di tesi di laurea. Consigliato.

http://www.edizionicrac.blogspot.it

D.Z.

venerdì 14 settembre 2012

Walter Gatti: 'La lunga strada del rock' (Lindau)

"Quando non ci sono tendenze, desideri, confronti con l'eternità, la produzione si abbassa, la qualità inferiore". I confronti con l'eternità di cui parla Giorgio Gaber in una delle numerose interviste che compongono La lunga strada del rock sono un'ottima chiave di lettura dell'operazione condotta da Walter Gatti. Rispetto al coevo O casta musica di Fabio Zuffanti, il "pamphlet ribelle" di cui si sta tanto discutendo per la viscerale denuncia al mondo della "malamusica", la dichiarazione di Gaber colloca Gatti sul versante opposto: non è tanto il mondo losco e traffichino di dj/major/stampa, quanto l'assenza di un dialogo profondo con il talento e con il senso più puro dell'arte, a far morire la musica.

Giornalista di lungo corso e di provata esperienza, Gatti ha raccolto nel suo nuovo libro delle approfondite conversazioni che coprono un ampio lasso di tempo, dai primi anni '80 ai pezzi più recenti. Non c'è solo rock nelle interviste dell'autore, che tira fuori dalla dimensione di nicchia per cultori un Tom Russell e colloca nella giusta luce un Lindo Ferretti, che si sofferma un paio di volte con Venditti ma dichiara candido amore verso Genesis e BB King, Mark Knopfler e Dave Matthews Band.

Le prime tre interviste - Chuck Berry (1988), Crosby Stills & Nash (1983: il primo pezzo!) e Pink Floyd (1994) - presentano ampiamente l'orizzonte culturale, la passione e la sensibilità del nostro, attento a cogliere il senso, le direzioni e l'attimo di eterno dietro ogni parola degli artisti. In particolare la ricerca della spiritualità, il voler cogliere slanci metafisici con rockstar quali Eric Clapton, Kirk Hammett e Phil Collins denota un'interpretazione personale e curiosa dello strumento intervista.

Cercando l'umanità dell'artista dietro la cortina di glamour, fama e vizi, Gatti dipinge un avvincente un affresco su alcuni protagonisti della musica internazionale ed italiana.

http://www.lindau.it

D.Z.

venerdì 31 agosto 2012

Nicola Iuppariello: 'Il vinile al tempo dell'iPod' (I Libri di Emil)

Proviamo a superare la tralatizia e bonaria distinzione tra buona e cattiva musica, soffermandoci su quella ben più solida tra musica scritta e registrata. Ecco che in questa direzione il supporto vinilico assume una sua funzione, una sua storia, un suo significato profondo, lontano dal feticcio che fa tanto "come eravamo ai tempi del classic rock". Ne sa qualcosa Nicola Iuppariello, instancabile operatore musicale partenopeo, ben noto per l'ideazione e il coordinamento del Disco Days.

Dopo cinque edizioni della popolare rassegna divenuta in Campania un punto di riferimento non solo per i cultori del 33 giri ma più in generale per gli amanti della musica di qualità, Iuppariello fa un passo indietro per illustrare gioie, segreti e simboli del vinile. Aiutato dalla firma autorevole di Fernando Fratarcangeli e da figure di rilievo come Flavio Gioia e Pino Imparato, l'autore offre un'agile guida per capire il ruolo odierno del vinile, oggetto di culto e emblema di un modo "altro" di ascoltare la musica.

Il fascino della copertina, la ritualità di un ascolto che nel cambio della facciata offre la pausa per un respiro, la funzionalità del supporto alla grande rivoluzione concettuale di metà anni '60, il ruolo del collezionismo per le riscoperte degli anni '90 (pensiamo al fenomeno progressive), l'attualità del vinile in tempi di musica "liquida": Iuppariello con un breve excursus presenta gli aspetti essenziali per la scoperta/riscoperta del "padellone", in attesa che la nuova edizione del Disco Days riveli novità e rarità.

http://www.ilibridiemil.it

D.Z.

mercoledì 29 agosto 2012

Gianfranco Salvatore: 'Vittorio Nocenzi. Sguardi dall'Estremo Occidente' (Stampa Alternativa)

E' tutta questione di sguardi. Sognante e pensoso, proiettato verso un altrove reale e immaginario, quello di Vittorio Nocenzi sulla copertina di Sguardi dall'Estremo Occidente è un simbolo, più che un riconoscibile logo. Simbolo di quello slancio dirompente e gentile che fu il segreto del progressive, simbolo di una disponibilità all'anomalia, all'irrazionale, all'utopia di un rock senza confini e senza stereotipi, proprio come quello del Banco.

"Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta", affermava Socrate: utilizzato quasi come bussola per orientarsi nella messe di nozioni, esperienze e collegamenti messi in campo da Nocenzi, l'aforisma citato da Gianfranco Salvatore diventa l'elemento centrale in questa lunga e ricca intervista. Partendo dalla recente operazione Estremo Occidente, il musicologo campano diventa maieuta e guida il compositore romano alla ricerca dei suoi sguardi: sul ruolo e il valore del Banco nel panorama rock europeo, sulla funzione compositiva tra "energia muscolare del rock" e le possibilità offerte dalla musica colta, sui rapporti confluenti tra varie aree del sapere, perfettamente assorbiti da un musicista in costante perfezionamento come Nocenzi.

Una fitta e sorprendente conversazione che esula dalle solite chiacchiere sulla musica (la crisi della discografia, la querelle sul rock contemporaneo tra assenza di ispirazione e revival etc.) e colloca Nocenzi accanto a uno Schumann o a un Cage: musicista-pensatore che incarna non solo le "magnifiche sorti e progressive del rock", ma anche un modello invidiabile di compositore colto e curioso.

http://www.stampalternativa.it

D.Z.

martedì 28 agosto 2012

Andrea Parentin: Rock Progressivo Italiano. An introduction to Italian Progressive Rock

Insieme ad Augusto Croce, Andrea Parentin è l'unico "attivista prog" italiano a ragionare e muoversi in termini internazionali. Già columnist di ProgArchives, il cultore triestino ha scelto l'inglese come lingua operativa grazie a due motivazioni forti: la prima riguarda l'esigenza di una circolazione internazionale del proprio lavoro, la seconda è legata all'approccio, al punto di vista. Non è un caso che il saggio d'apertura di Rock Progressivo Italiano (prodotto in proprio e disponibile via Amazon) abbia un titolo - e, chiaramente, una direzione - limpido e programmatico: "Il prog italiano spiegato ai miei cuginetti australiani"

Probabilmente il nostro prog non aveva mai avuto un'illustrazione così semplice e lineare, ma la caratteristica principale dell'osservazione di Parentin è nella considerazione unitaria e complessiva del fenomeno, senza privilegiare gli anni d'oro a discapito del new prog dagli anni '80 ad oggi. La terza e quarta parte del testo lo confermano in pieno: una personale playlist dell'autore (i suoi 100 dischi preferiti, dal Banco alla Maschera di Cera, dai Delirium agli Arpia) e un analitico viaggio nell'Italia del prog contemporaneo - regione per regione, link per link - lasciano svanire aprioristici steccati tra vecchio e nuovo prog. Il saggio centrale sviluppa la tesi cara agli ambienti stranieri, secondo la quale il Rock Progressivo Italiano è un genere a sè all'interno del linguaggio prog internazionale, una corrente con proprie peculiarità non solo geografiche.

Parentin segue dunque il percorso di Forni e Barbagli, aprendosi senza difficoltà al prog contemporaneo, lanciando collegamenti, equiparazioni e parallelismi assai utili. Balza all'occhio la radicale differenza tra l'epoca "classica" e quella attuale: la presenza di un "indirizzo politico" nei protagonisti dei '70 è la chiave di volta per lo sviluppo del fenomeno, elemento che manca invece nelle dinamiche attuali, concentrate prevalentemente tra studi di registrazione e chiacchiere on line. Benchè privo del lessico "scientifico" caro a Storti e Alfano, Parentin ha realizzato un ottimo compendio, consigliato sia ai neofiti che ai cultori più smaliziati: non sarebbe male vederlo in veste "ufficiale" sugli scaffali delle librerie italiane ed estere.

http://www.amazon.com/Rock-Progressivo-Italiano-introduction-Progressive/dp/146373428X

D.Z.

giovedì 16 agosto 2012

Eduardo Vitolo e Stefano Cerati: due saggi sui testi dei Black Sabbath

In vista dell'atteso comeback in studio e della mai calante attenzione internazionale verso la celebre band, due editori italiani escono quasi in contemporanea con due testi molto simili dedicati ai Black Sabbath. Arcana non ha certo bisogno di presentazioni, così la sua collana TXT, dedicata da anni al commento dei testi delle maggiori firme del rock; Tsunami è una realtà giovane ma agguerrita che si sta ritagliando uno spazio importante nella saggistica hard & heavy italiana. In comune non solo l'oggetto della trattazione e l'inconfondibile diavoletto in copertina, ma anche il taglio: al centro i testi dei Black Sabbath, affrontati da diversi punti di vista.

Black Sabbath - Neon Knights. Testi commentati è il nuovo contributo di Eduardo Vitolo, giovane scrittore campano che analizza il songbook sabbathiano con un approccio "generalista", favorito anche dalla collana TXT. Dopo il volo pindarico di Padalino sui Beatles, la rigorosa disamina di Bassotti su Lou Reed e il folleggiante excursus di Echaurren sui Ramones, Vitolo si muove con circospezione nelle grandi tematiche di Butler e soci: il satanismo - sia nelle reali intenzioni del quartetto che quello montato ad arte - e la poetica tardo-hippie, il pessimismo cosmico e la fantascienza, l'armamentario fantasy della fase con Dio, fino ad arrivare alle intriganti prese di posizione sulla tecnologia di Dehumanizer. Vitolo maneggia bene la materia cogliendo riferimenti e collegamenti, seleziona i testi più significativi (anche se avrei preferito un completo commento song by song), purtroppo talvolta inciampa in distrazioni imperdonabili (Hypgnosis non è un "artista americano"...).

Se il lavoro di Vitolo è da suggerire a chi non conosce ancora approfonditamente il lascito sabbathiano, Black Sabbath - Masters Of Reality. Dischi, musica e testi dell'era Ozzy è dedicato a quella fetta di fans - invero decisamente maggioritaria! - che vive per la fase storica 1969-1978. Trattasi di monografia specifica, realizzata però da un nome autorevole del giornalismo rock italiano: Stefano Cerati, attuale direttore del mensile RockHard e presenza frequente in ambienti heavy. Anche in questo caso il taglio conferito al saggio è generalista, con una preferenza per la traduzione del testo, adeguatamente commentato. Se Vitolo ha compiuto un volo d'uccello sulla poetica sabbathiana, Cerati ha maggior spazio per addentrarsi nel songwriting di Geezer Butler, principale autore dei testi nella fase trattata. Sogni e utopie personali e di un'intera generazione, paure e visioni, spiritualità e materialismo rock: Cerati naviga da esperto della materia, anche se a volte resta in superficie (la celebre quarta eccedente di Black Sabbath, il tritono meglio noto durante il Medioevo come "diabolus in musica", avrebbe meritato un commento più dettagliato).

Due testi da leggere e consultare insieme: il primo come introduzione alla materia, il secondo come ulteriore disamina sulla fase più amata dei Black Sabbath.

D.Z.

lunedì 23 luglio 2012

Innocenzo Alfano: Storie di rock. Gli anni Sessanta e Settanta attraverso dischi, festival, libri, luoghi, suoni e molte curiosità (Aracne Editrice)


It's o­nly rock 'n' roll, diceva qualcuno. Sono solo 'storie di rock', avrebbe detto qualcun altro. Vero fino a un certo punto. Che il rock - e più in generale la popular music - non sia materiale di serie B da maneggiare con le sopracciglia alzate, che non si tratti solo di storie ma di composizione, studio, perizia, coraggio, sono ormai in tanti a sostenerlo con studi sempre più approfonditi. Innocenzo Alfano è uno di questi. Mentre l'editoria musicale italiana si caratterizza per alcuni consolidati filoni (ad es. biografie, commentari ai testi, analisi di singoli dischi), Alfano prosegue nella sua ricerca nella storia del rock. Anzi: nelle storie di rock, protagoniste del suo ultimo saggio, quarto contributo nella sua attività di saggista.


Animato da un sano risentimento verso il giornalismo e la letteratura rock fermi all'aneddotica e alle classifiche, Alfano dal 2004 si è soffermato con attenzione, dedizione e competenza ad analizzare alcuni aspetti storici del rock evitando gossip e banalità varie. Trattando vari segmenti dell'esperienza progressive, della vicenda hendrixiana e di altri momenti ascrivibili alla vaga etichetta "classic rock", lo scrittore cosentino ha puntualizzato la necessità di parlare di musica con cognizione di causa. Storie di rock è la conferma di questo approccio "scientifico" - com'è giusto che sia di fronte a una materia che ha anche superato il mezzo secolo di storia - con qualche novità.

Alfano si concentra su quattro macro-aree, provando a tirare le fila di discorsi che spesso la letteratura rock lascia volutamente in sospeso e in superficie. Il rock e il blues tra Inghilterra e USA a cavallo tra i due decenni d'oro, il progressive italiano intorno alla PFM, l'irripetibile atmosfera dell'acid rock di San Francisco e una "collection of curiosities" ricca di spigolature e riflessioni. Alfano è scrittore competente e voglioso di scendere nei dettagli: sia che tratti di Allman Brothers e Family, del romanzo di Mauro Pagani, delle avventure mai troppo celebrate di Quicksilver e Cold Blood o del ping pong di plagi intorno a Bombay Calling/Child In Time, il plot è piacevole e ben organizzato.

Unico neo, una certa prolissità: l'approccio di Alfano è responsabile e accurato, il desiderio di raccontare un evento sonoro partendo ab ovo è degno di lode ma talvolta il risultato sconta una scrittura un po' "legnosa", che meriterebbe invece maggior fluidità. Mi hanno favorevolmente colpito alcune prese di posizione: ad es. l'ampio spazio dedicato agli It's A Beautiful Day, formazione che va ben oltre la presenza pionieristica del violino e l'affaire plagio; la menzione di Terry Kath, compianto chitarrista dei Chicago sempre assente nelle classifiche di settore; il "ribaltone" su In concerto delle Orme, live-album solitamente considerato di pessima qualità.

Un lavoro pregevole che offre ancora una volta un diverso punto di vista, che getta nuovamente un'altra luce su alcuni aspetti del rock tralasciati o interpretati con vaghezza.

Donato Zoppo

http://www.aracneeditrice.it

mercoledì 18 luglio 2012

Keith Richards

KEITH RICHARDS

Victor Bockris
(Odoya Edizioni, 2012)



 Ci sono diversi punti di vista per raccontare i Rolling Stones. Quello "istituzionale" di Charlie Watts, quello annebbiato di Ronnie Wood, quello a chiappe strette, sculettante, glitterato e da jet-set di Mick Jagger. Il resto è questione di rughe. La lunga storia dei Rolling Stones è tutta dentro quelle che solcano il volto di Keith Richards. Basta osservare la celebre foto scattata da Anton Corbijn: Victor Bockris non ha fatto altro che scrutare quella mappa di pelle, osservando con discreta partecipazione abissi e glorie di uno dei simboli intoccabili della cultura rock.

Keith Richards, pubblicato originariamente nel 1992, arricchito da successive ristampe e oggi tradotto in italiano dalla Odoya, è un classico della letteratura rock. Bockris, biografo di indiscusso talento, ha avuto l'abilità di ricostruire la vicenda di Richards coniugando l'aneddotica e il dettaglio musicale: se è vero che il chitarrista è anima e cuore degli Stones, la sua vita e il suo percorso sono indissolubilmente legati alla vicenda della band.

Droghe, vizi e dipendenze, il grande amore per la buona vecchia musica e il gusto per le scoperte (dal reggae al padre Bert), l'eterna relazione di amore-odio con Jagger, la simbiosi con la chitarra, la nascita in periferia e l'ascesa allo star system. Bockris scandaglia tutto ciò avvalendosi di testimonianze di colleghi, amici e confidenti, sottolineando in modo particolare il rapporto con Mick, con gli stupefacenti e le donne: il fil-rouge resta costante, ovvero il carattere sincero, schietto e spesso brutale del protagonista. Un viaggio illuminante, ruga per ruga.

Donato Zoppo

http://www.odoya.it

domenica 24 giugno 2012

Iron Man. Il mio viaggio tra paradiso e inferno con i Black Sabbath

IRON MAN
Il mio viaggio tra paradiso & inferno con i Black Sabbath

con J. T. Lammers

(Arcana Edizioni, 2012)




Non mi dispiace affatto immergermi nelle autobiografie rock. Nella maggior parte dei casi sono prive di quell'approccio "scientifico" così utile alla ricostruzione dettagliata della vicenda creativa di un artista o una band, ma la discesa in quel guazzabuglio di usi e costumi tipici del 'rock 'n' roll circus' resta sempre delizioso. Nella maggior parte dei casi c'è enfasi celebrativa (ad es. Due volte nella vita di Franz Di Cioccio o Lucky Man di Keith Emerson) oppure abbondano le pretese intellettualistiche (vedi il nocenziano Sguardi dall'estremo occidente), che nel contributo di Tony Iommi fortunatamente mancano, in favore di un approccio più "modesto" ma sincero.

Da una parte, il deus ex machina dei Black Sabbath non ha manie autoreferenziali e riconosce il ruolo dei numerosissimi compagni di viaggio - da Ozzy a Glenn Hughes passando per Geoff Nicholls e Vinnie Appice - pur lasciandosi andare ad aneddoti non molto edificanti. Non c'è grande accortezza al dettaglio musicale ma il racconto della genesi dei dischi sabbathiani, proveniendo da colui che ne fu massimo artefice sia nella scrittura che nel making of in studio, rivela elementi interessanti.

Dall'altra parte non mancano quegli atteggiamenti tipici di ogni autobiografia rock che esplodono nei racconti - invero assai particolareggiati... - delle abitudini droghereccie del carrozzone rock. I Sabbath ne hanno combinate di cotte e di crude e lo 'storytelling' raccolto da Lammers non ne fa mistero, tuttavia le rivelazioni sulle malefatte dei vari manager gettano un'ulteriore luce sulle frequenti vicende di gloria e decadenza delle rock band. Peccato che sua maestà del riff non abbia approfondito ulteriormente il suo rapporto con la chitarra, confinato a qualche racconto (ad es. l'incidente che gli mozzò le falangi della mano destra) e non ad un'autoanalisi che sarebbe stata assai gradita.

Iommi ha un modo di raccontare affettuoso, in modo particolare nei confronti di vecchi amici come Bill Ward e John Bonham, e soprattutto nei riguardi del compianto Ronnie James Dio. Iron man contribuisce alla ricostruzione della vicenda sabbathiana e rappresenta un buon contraltare di Io sono Ozzy, anch'esso pubblicato da Arcana e molto più interessante rispetto a quell'autentica idiozia di Chiedilo al Dr. Ozzy.

http://www.arcanaedizioni.it

D.Z.
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